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giovedì 7 giugno 2012
80's.
Io negli anni 80 ci sono cresciuta e la bruttezza della moda mi ha spinto a rifugiarmi nel più rassicurante e sobrio stile dark alla tenera età di 13 anni.
Non potevo proprio sopportare i colori fluo, le maglie multicolor, le spalline imbottite, i pantaloni a vita alta, le pantacalze, le magliette col nodo... Avevo un rifiuto che mi spingeva a desiderare l'acromatopsia nel migliore dei casi e in particolari momenti di sconforto la cecità.
Bene, piano piano gli anni novanta sono usciti da tutto quello scempio. Speravo per sempre. E invece no.
La mia mattinata di shopping mi ha fatto scontrare con orrori sepolti da tempo che nessuno avrebbe dovuto mai dissotterrare.
Eccoli lì, i jeans color evidenziatore... e le stampe navajo style... e le immancabili magliette con le sagome di persone che ballano in controluce su sfondo arancione.. e le frange.. e le maglie tagliate sopra l'ombelico...
Perchè stilisti? Cosa vi è successo?
Non dico che tutti debbano applicare il mio motto favorito in campo di moda ('nel dubbio: nero') ma nemmeno questo. Come avete potuto? Cosa vi ha portato a rispolverare i pantaloni con l'elastico e le camicine annodate in vita? Brucerete all'inferno per questo. Sapevatelo.
Si aggiunga che, come purtroppo accade da un po' di anni a questa parte, TUTTI i negozi hanno adottato questa 'moda'. Da Zara a Pull&Bear, passando per Promod, H&M, Pinkie e il sempre agghiacciante Jennifer.
Non c'è scampo.
Forse un qualche esploratore Lovercraftiano ha seguito indicazioni frammentarie reperite direttamente sul Necronomicon e ha scoperchiato involontariamente l'Orrore. O più probabilmente il sonno della ragione ha (ri)generato mostri...
mercoledì 30 novembre 2011
lunedì 24 gennaio 2011
Fondamentale.
Leggo su quell'autorevolissima fonte di informazioni che è 'City', che la Coldiretti ha pubblicato i consigli d'oro per combattere l'imminente picco influenzale.
Riporto diligentemente:
Vitamina C tramite frutta e verdura
Vitamina A mediante verdure
Vitamina B tramite cereali
Vitamina E mediante pesce
Perdindirindina! Chi l'avrebbe mai detto!
Grazie Coldiretti.
Grazie Capitan Ovvio
sabato 15 gennaio 2011
Trappola.
Il titolo del post è il vincitore di un'ardua battaglia. Erano in lizza, tra gli altri, anche:
Orrore.
Incubo.
Inferno.
Agghiacciante.
Disagevole.
Ma trappola rende meglio l'idea. Suggerisce già il concetto di Sgradevolmente Inaspettato e Senza Via D'Uscita.
Scenario: Brazil Tropical Grill di Villanova di Castenaso.
Occasione: Compleanno di un'amica.
E fin qui sembra essere tutto normale.
Il locale è grande, ma arredato con gusto ed una certa eleganza. Il buffett è ricco e davvero buono. I camerieri sono gentili (quasi tutti almeno) e la carne è deliziosa.
Resta un particolare... un fatto accatastato ai margini del cosciente... Su un'area che è chiaramente un palco, un uomo - chiaramente un DJ - sta provando uno strumento... chiaramente una grossa tastiera da pianobar et simili.
Ma la cena è buona, la compagnia allegra e nessuno gli dà troppo peso.
MA POI
Alle dieci e un quarto
l'attempato DJ si anima.
Il tutto comincia con uno spettacolo di balli brasiliani nemmeno sgradevolissimi, se non fosse per una cosa: il volume della musica.
Qualunque possibilità di comunicazione viene completamente annientata.
La cosa va avanti per una mezz'ora, poi ci vengono concessi dieci minuti di tregua.
Ed eccoli di nuovo. In un crescendo sempre più trash, che si conclude con musichine da capodanno di 'Buona Domenica' ('il mio amico Charlie Brown' INCLUSA) diventa drammaticamente chiaro un fatto.
Il DJ non si fermerà. Non finirà qui.
E infatti, liquidato il Brazil, partono a rotazione pezzi da discoteca anni '90 che fanno scatenare il nutrito pubblico di quarantenni semi disperate in emulazioni scadenti delle mosse delle ballerine.
A mezzanotte e mezza, quando ce ne siamo andati, tutto procedeva ancora così.
Io detesto profondamente queste cose. Non ci andrei mai di mia scelta, soprattutto ad un compleanno, dove mi sembra più carino chiacchierare e dedicare attenzioni al festeggiato di turno.
Ed è qui che si presenta l'Imperdonabile: tu gestore, al momento della prenotazione, mi devi avvisare che dalle dieci in poi diventa disco-restaurant... perchè non è detto che a me stia bene (e infatti.. guarda un po'..). O almeno metti delle locandine.. insomma, avvisa. Non puoi farlo a tradimento.
Immagino già la scena: mia madre e mio padre che capitano lì il venerdì per caso (pare infatti che sia l'unica sera infernale... fortunelli eh?).
Alle dieci scattano samba e compagnia bella.
Alle dieci e cinque mio padre ha già perso la pazienza.
Alle dieci e dieci scappano.
Urlando.
Lanciandosi dalla finestra.
mercoledì 22 dicembre 2010
VorreiMaNonPosso.
AVVERTENZA: Con probabilità piuttosto alta, un eventuale lettore maschio troverà queste righe completamente ininteressanti. Uomo avvisato...
La moda di quest'anno mi piace molto.
Trovo i miniabiti in lana deliziosi, i leggins comodissimi, gli stivali adorabili.
Il mio problema non è di gusto e nemmeno di taglie.
Io ho FREDDO.
Quando la sera decido cosa indossare il giorno dopo (e non è vanità.. è per risparmiare tempo al mattino trovando tutto già pronto sulla sedia dello studio!) accarezzo sempre l'idea di sfoggiare la gonnellina di lana con i pon-pon, o il maglioncino a maniche corte e spesso li estraggo dall'armadio più che decisa a designarli come prescelti.
Ma poi penso:
Aspettare l'autobus/camminare fino al negozio/riscaldamento farlocco/maltempo/rischio malanno/mal sopportazione del gelo...
E le gambe scoperte... e il braccino lasciato a se stesso... e il pancino in balia della tormenta...
E quindi punto a un paio di pantaloni di velluto, a un body felpato e a un maglione da sci.
Tanto per capirci, io ho freddo in casa mia, con il riscaldamento sparato a bomba a emulare l' effetto giungla del Madagascar.
Ma quando le universitarie coraggiose sfilano in via De' Castagnoli carine e perfette con giacchettine corte corte di panno, minigonna e stivalettino di camoscio io un po' le invidio.
Vorrei detenere il loro segreto di stoica resistenza al freddo.
POSTILLA: So benissimo che l'argomento trattato è pura futilità.... ma ogni tanto ci vuole anche quella.
venerdì 26 novembre 2010
Tofu.
Ecco, sostanzialmente mi chiedevo questo... PERCHE'?
Ma andiamo con ordine e cominciamo dalle dovute premesse.
Io mangio carne e pesce, privilegiando però il pesce pescato e la carne di animali allevati open range.
Mangio anche il tofu, il seitan e compagnia bella.
Non mi permetto di dire agli altri cosa dovrebbero o non dovrebbero mangiare.
Tantomeno faccio scenate alla vista dell'altrui cibo.
Ma il Tacchino di tofu....
Il
TACCHINO
di
TOFU
La frase presenta già un evidente ossimoro. Il tacchino non può essere di tofu. Il tacchino è di tacchino. La cotoletta può essere di tofu o l'hamburger.. ma il tacchino no. Come non possono esistere il maiale di tofu, la mela di tofu o il legno di tofu.
Ma proviamo a sorvolare.
Se qualcuno ha avuto l'idea di commercializzare il tacchino di tofu è perchè qualcun altro sente il bisogno - o manifesta il desiderio - di acquistare e presumibilmente mangiare il suddetto 'tacchino'.
E torniamo alla mia domanda iniziale.
PERCHE'?
Se una persona è strettamente vegetariana o vegana, dovrebbe non mangiare tacchino per scelta. Perchè non tollera l'idea di mangiare un animale, perchè è moralmente ed eticamente contrario, perchè vengono allevati in modo inumano, perchè 'la bestia morta nel piatto' e così via. Dovrebbe quindi rifiutare per principio che il proprio delizioso tofu venga modellato a simulacro di qualcosa che per lui è emblema di inciviltà.
Un non vegetariano mangerebbe direttamente il tacchino arrosto e via, il problema non si dovrebbe porre (credo).
Al limite forse, potrei capire se ci cascasse qualcuno obbligato per motivi di salute a non mangiare carne, colto da un irrefrenabile attacco di nostalgia. Ho però una sconvolgente notizia per lui: il tofu non sa di tacchino arrosto. Nemmeno un po'. E' inutile ingannare i propri sensi attraverso la vista, il signor Gusto avrò comunque da ridire.
Ma ecco in realtà dove voglio arrivare.
L'eccesso.
Ho visto cibo per cani e gatti vegani.
Ho visto il tacchino di tofu.
Ho visto gente, al ristorante 'Il Cervo Bianco - Specialità cacciagione' mettere in croce il cameriere per ottenere una portata che non contenesse NIENTE di animale.
Ho visto amiche fare scenate perchè 'Lo sai che sono vegana, come puoi mangiare prosciutto davanti a me!!??'.
E via così.
Ora, vorrei dire questo: cani e gatti sono essenzialmente carnivori. Dargli i bocconcini di soia è irrespondabile. E' da egoisti e, permettetemi, pure da stronzi.
Chiedere, anzi pretendere, in un ristorante specializzato in cervo e cinghiale un piatto interamente vegetale è semplicemente assurdo: ci sono un sacco di ristoranti dedicati e, se proprio non si vuole rinunciare alla compagnia degli amici, si può ripiegare su un'insalata senza fare scenate al cameriere.
Se ti invito a cena e ti preparo la tua pasta speciale con i ceci mi sembra di esser stata sufficientemente gentile, lasciami la libertà di mangiare quello che mi pare.
L'eccesso mi irrita profondamente. Come ho premesso all'inizio, secondo me ognuno può mangiare quello che vuole, dovendo rispondere solo al proprio fisico e, eventualmente, alla propria coscienza.
Ma è profondamente sbagliato tentare di imporre o sputare giudizi. Specie se poi si scivola in patetici simulacri del cibo disprezzato come il tacchino di soia o il 'parmigiano' fatto con il lievito di birra.
C'è un sacco di roba che io non mangio e che classifico come 'non cibo'. Ma è non cibo per me, non impedisco a nessuno di mangiare la trippa o il cavolo nero stufato (e vi dirò, non compro nodini di vitello a forma di cavolo nero!)
Se si fanno scelte perchè le si giudica 'più civili' 'più etiche' 'più morali' è poi molto contradditorio scivolare nell'inciviltà del sentirsi superiori. Anche perchè così il dialogo muore. A chi mi dice schifato 'oddio ma come a fai mangiare un pezzo di cadavere?' viene solo da rispondere 'non dire cazzate', 'ma vaffanculo' o, al limite, potrei iniziare a colpirlo ripetutamente con una bistecca cruda. E nessuna delle citate opzioni porterebbe ad un arricchente scambio sulle proprie opinioni, temo. Scambio che invece è fonadmentale.
Ad esempio io mangio solo uova biologiche di galline allevate all'aperto e a terra, da quando qualcuno mi ha spiegato e mi ha mostrato come spesso funziona l'industria dell'uovo. Ma quel qualcuno non mi ha strappato un uovo di mano al grido di 'maledetta oppressrice di galline!', per l'appunto mi ha spiegato come stanno le cose.
Ad esempio io mangio solo uova biologiche di galline allevate all'aperto e a terra, da quando qualcuno mi ha spiegato e mi ha mostrato come spesso funziona l'industria dell'uovo. Ma quel qualcuno non mi ha strappato un uovo di mano al grido di 'maledetta oppressrice di galline!', per l'appunto mi ha spiegato come stanno le cose.
Poi per carità, non voglio e non mi permetto di generalizzare. Conosco tanti vegetariani o vegani che mai si sognerebbero di sputare sentenze o di intromettersi nelle altrui abitudini alimentari e non sto certo stigmatizzando l'intera categoria.
giovedì 11 novembre 2010
OK.
Riporto qui un articolo che ho trovato su Repubblica.it sulle origini della parolina più abusata al mondo. Buona lettura ^^
Ok, l'errore di ortografia diventato parola globale
Un libro ricostruisce le origini dell'abbreviazione che fu introdotta negli Usa a metà Ottocento. Tra miti e leggende, ecco in che modo quelle due lettere hanno conquistato tutto il mondo
di ANNA LOMBARDI
NEW YORK - Ok, non c'è parolina al mondo più abusata. E, ok, duecento pagine per una storia da due lettere potranno sembrare troppe. Ma quella sillaba che ha fatto il giro del pianeta non è forse la più grande invenzione americana? Allan Metcalf, segretario dell'American Dialect Society ha contato quante volte appare sul web. E si è accorto che era come riempire il mare col secchiello: l'uso dell'ok è universale. E pensare che nacque per scherzo e a strapparlo dall'oblio ci pensò una campagna elettorale...
Una vicenda che lo storico della lingua ha ricostruito nel suo Ok: The Improbable Story of America's Greatest Word, in libreria il 9 novembre. Il papà di quella parolina, Charles Gordon Greene, non pensava certo che avrebbe avuto fortuna: altrimenti l'avrebbe brevettata. L'editore del Boston Morning Post creava abitualmente acronimi per i suoi lettori: una lingua per fedelissimi in fondo simile a quella usata oggi su internet. Mister Greene inzeppava i suoi articoli di "NG" cioè no go, non andare. "GC", gin cocktail e perfino "raotflmmfaoiaatkflmm", "rolling around on the floor laughing my motherf ing ass off in an attempt to keep from losing my mind": modo bizzarro per dire che non conteneva le risate. Finché, il 23 marzo 1839, in una disputa con il rivale Providence Journal gli scappò quel "o. k." che, specificò, significava "all correct". Ma perché con la O e con la K?
L'abbreviazione scorretta, arguisce Metcalf, era simile alla pronuncia. Come altre abbreviazioni usate sul giornale: per esempio "ow" per all right, tutto bene. Non staremmo qui a parlarne se però non ci fosse di mezzo un presidente. Leggenda vuole che l'inventore dell'ok sia stato il populista e massacratore d'indiani Andrew Jackson: che i suoi avversari accusavano di essere un illetterato. Nel 1828 produssero una sua finta e sgrammaticata lettera che ottenne l'effetto opposto: una valanga di voti. Non ci sono prove che siglasse davvero ok, oll korrect, i documenti. Ma certo sdoganò l'uso della K al posto della C.
Fu un altro presidente a dare popolarità a quella parolina: Martin van Buren nel 1840 in cerca di secondo mandato. Veniva da Kinderhook, New York. E i suoi sostenitori lo chiamarono OK, Old Kinderhook, che nel nuovo significato stava anche per l'uomo giusto. Fu una campagna elettorale spettacolare. La sillaba campeggiò su ogni cartello, battezzò nuovi club. E una rissa diede vita al suo contrario, K. O.: che stava per kicked over, espulsi, e non per il pugilistico knock-out. Da allora Ok è diventata abbreviativo diffuso fra i telegrafisti prima e i telefonisti poi.
Il cinema ci ha messo del suo e Ok è diventato così popolare da essere la prima parola pronunciata sulla Luna. E quella che ha preceduto l'azione eroica di Todd Beamer nell'affrontare, l'11 settembre 2001, i terroristi del volo 93 che si schiantò in Pennsylvania. Fino all'ultima rivoluzione: i messaggini telefonici che hanno amplificato all'infinito il suo uso. Del resto, provateci voi a trovare una parolina più efficace: ok?
Una vicenda che lo storico della lingua ha ricostruito nel suo Ok: The Improbable Story of America's Greatest Word, in libreria il 9 novembre. Il papà di quella parolina, Charles Gordon Greene, non pensava certo che avrebbe avuto fortuna: altrimenti l'avrebbe brevettata. L'editore del Boston Morning Post creava abitualmente acronimi per i suoi lettori: una lingua per fedelissimi in fondo simile a quella usata oggi su internet. Mister Greene inzeppava i suoi articoli di "NG" cioè no go, non andare. "GC", gin cocktail e perfino "raotflmmfaoiaatkflmm", "rolling around on the floor laughing my motherf ing ass off in an attempt to keep from losing my mind": modo bizzarro per dire che non conteneva le risate. Finché, il 23 marzo 1839, in una disputa con il rivale Providence Journal gli scappò quel "o. k." che, specificò, significava "all correct". Ma perché con la O e con la K?
L'abbreviazione scorretta, arguisce Metcalf, era simile alla pronuncia. Come altre abbreviazioni usate sul giornale: per esempio "ow" per all right, tutto bene. Non staremmo qui a parlarne se però non ci fosse di mezzo un presidente. Leggenda vuole che l'inventore dell'ok sia stato il populista e massacratore d'indiani Andrew Jackson: che i suoi avversari accusavano di essere un illetterato. Nel 1828 produssero una sua finta e sgrammaticata lettera che ottenne l'effetto opposto: una valanga di voti. Non ci sono prove che siglasse davvero ok, oll korrect, i documenti. Ma certo sdoganò l'uso della K al posto della C.
Fu un altro presidente a dare popolarità a quella parolina: Martin van Buren nel 1840 in cerca di secondo mandato. Veniva da Kinderhook, New York. E i suoi sostenitori lo chiamarono OK, Old Kinderhook, che nel nuovo significato stava anche per l'uomo giusto. Fu una campagna elettorale spettacolare. La sillaba campeggiò su ogni cartello, battezzò nuovi club. E una rissa diede vita al suo contrario, K. O.: che stava per kicked over, espulsi, e non per il pugilistico knock-out. Da allora Ok è diventata abbreviativo diffuso fra i telegrafisti prima e i telefonisti poi.
Il cinema ci ha messo del suo e Ok è diventato così popolare da essere la prima parola pronunciata sulla Luna. E quella che ha preceduto l'azione eroica di Todd Beamer nell'affrontare, l'11 settembre 2001, i terroristi del volo 93 che si schiantò in Pennsylvania. Fino all'ultima rivoluzione: i messaggini telefonici che hanno amplificato all'infinito il suo uso. Del resto, provateci voi a trovare una parolina più efficace: ok?
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