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venerdì 18 febbraio 2011
Nulla.
Matteo non provava assolutamente nulla.
Giulio era lì, steso nella bara con le mani intrecciate sul petto. L'abito scuro era impeccabile e i punti di sutura erano quasi scomparsi sotto le abili mani di chi si era preso cura di lui per l'ultima volta.
Giulio era morto. Quarantadue anni compiuti da poco, architetto affermato, due figli simpatici e un po' sovrappeso, una moglie gentile e qualche volta un po' triste e un'amante giovane e in carriera. Una vita abbastanza comune.
Colpo di sonno, avevano detto, e così Giulio non c'era più. Aveva lasciato tutto e tutti schiantandosi contro un palo della luce. Una fine piuttosto comune.
Ma Giluio era anche il suo migliore amico e questo di comune non aveva proprio niente. Si conoscevano da sempre, dalle ginocchia sbucciate in cortile dietro a un pallone, passando per la prima sigaretta - la stessa-, rincorrendo la prima ragazza- la stessa-, superando indenni la prima sbronza, la laurea, il matrimonio, i figli, la vita.
Giulio era il suo migliore amico. Eppure Matteo non provava assolutamente nulla.
Aspettava da tre giorni l'avvento del dolore e dello strazio per la sua perdita, il senso di abbandono, il cordoglio. E invece nulla. Sperava che tutto potesse gonfiarsi e trovare una voce - un grido - al funerale e invece...
Aveva appreso la notizia senza battere ciglio. Non una lacrima, non un graffio di dolore.
Mentre i parenti e gli amici sfilavano ordinati e affranti accanto alla bara, Matteo non riusciva a pensare ad altro.
Salutò la vedova, abbracciò l'anziana madre, fece coraggio ai due bambini. Si lasciò confortare da tutti e a tutti rispose soltanto 'non ci sono parole'.
Già. Non c'erano parole. Nemmeno una. E questo gli faceva paura.
Guidò fino a casa fumando nervosamente mentre la moglie, rispettosa del suo dolore e della sua contrizione, restava in silenzio.
A casa sua figlia Samanta gli corse incontro attraverso il cortile e, come sempre, si attaccò alle sue ginocchia. Matteo le carezzò i capelli scuri e un più terrificante pensiero squarciò il velo della sua quiete apparente.
Si chiuse in camera da letto e immaginò. Pensò a sua moglie stesa nella bara di Giulio, creò una scenografia perfetta di disperazione e tragedia - lei morta dopo una malattia lunga e dolorosa, la loro bambina privata della madre, lui solo nel loro appartamento a piangerla senza sosta - ma nulla. Quell'ipotesi non generava emozioni.
Rincarò la dose: lei si era tolta la vita dopo averlo sorpreso con un'altra donna. Era colpa sua se era morta. Nulla. Ancora indifferenza.
Si spinse più lontano: in quella bara ci depose Samanta. La sua unica figlia. La sua bambina adorata. Eppure, ancora, il nulla.
Matteo non cenò, rimase steso sul letto a fissare il soffitto e a pensare. Amava sua moglie? Amava sua figlia? Aveva amato Giulio? Razionalmente si rispondeva di sì. E allora perchè quel vuoto emotivo? A questo non sapeva rispondere.
Il tarlo del dubbio continuò a tormentarlo per giorni. Mangiava poco e dormiva male, ossessionato da quel pensiero che si stava trasformando in domande sempre più terrificanti. Era ancora in grado di provare dei sentimenti? Poteva ancora emozionarsi per qualcosa? E da quanto tempo si era disconnesso dalle proprie emozioni?
Decise di andare per tentativi. Niente più supposizioni, necessitava di situazioni reali e concrete.
Rimproverò aspramente e ingiustamente Samanta fino a farla singhiozzare disperata. Nessun risultato. Nessun senso di colpa si affacciò al suo sentire.
Rinfacciò a sua moglie fallimenti e rinunce mai compiute, la maltrattò, le urlò contro cose terribili e in ultimo uscì sbattendo la porta, deciso a tradirla con la prima puttana incontrata per strada.
Ancora nulla.
Decise allora di focalizzarsi sulle emozioni positive.
Portò Samanta al canile e le fece scegliere un cucciolo, ma la gioia della bambina non lo sfiorò nemmeno.
Si regalò un orologio costosissimo, che credeva di desiderare da tempo. Assolutamente nulla. E nulla ai rimproveri di sua moglie.
Poi una notte ebbe l'idea. Matteo era fermamente convinto che fosse impossibile non provare emozioni, evidentemente aveva solo intrapreso la strada sbagliata. Erano lì, da qualche parte, andavano solo ridestate. Si alzò dal letto e cercando di non fare rumore prese dalla libreria i loro album di fotografie.
Sul divano le sfogliò una ad una, ripercorrendo una vita di ricordi e di affetti, in caccia del filo emotivo che aveva perduto. Nulla. Gli sembrava di sfogliare le pagine di un noioso fotoromanzo. La sua sconfitta era conclamata. Allora decise di giocare il tutto per tutto.
Ripose gli album al loro posto e, ancora in ciabatte, scese in garage.
Dalla mensola in alto prese una scatola di cuoio scuro.
Si sedette sul pavimento, aprì la scatola e osservò con vacuità l'oggetto di metallo lucido che vi riposava dentro da tanti anni.
Prese l'oggetto, lo soppesò e ne verificò la meccanica. Sembrava tutto a posto.
Senza farsi altre domande salì in macchina, mise la sicura allo sportello e accese lo stereo.
Sulle note di The River si accarezzò il mento con la canna gelata. Sfiorò il grilletto tre volte, poi si posizionò la pistola in bocca.
Il suo ultimo pensiero, biglietto d'addio che nessuno avrebbe mai trovato, fu che la sua morte lo lasciava completamente indifferente.
Non provava nulla.
Assolutamente nulla.
mercoledì 26 gennaio 2011
Grottesco.
Chiedo scusa in anticipo a chi si offenderà, ma io ho immaginato questo...
C'è un salotto.
I mobili sono scuri e ammassati, come se in origine fossero stati destinati ad una stanza più grande.
Dentro i cassetti, se qualcuno controllasse, troverebbe sicuramente un foglio di carta colorata e forse odore di stantio.
Riposti con cura dormono dietro ad ante sicure, piatti e bicchieri del servizio buono. Forse, a contarli, ci si accorgerebbe che le fondine sono solo undici, o che i calici bordati argento sono leggermente opachi e sbeccati.
Sulla credenza riposano statuine in ceramica da poco prezzo, intervallate da ninnoli vari e da un'immaginetta fluorescente di Padre Pio.
Foto diligentemente spolverate osservano lo stesso scenario attraverso gli occhi di figli, nipoti e parenti defunti da più o meno tempo.
Centrini fatti a mano ricoprono le superfici un po' tarlate e sul tavolo fa bella mostra di sè una fruttiera che ospita banane leggermente annerite e mele sempiterne.
Dalla cucina si insinua un sottile odore di minestrone, a farla da padrone per un paio d'ore sulla puzza di chiuso.
Una donna anziana e un po' corpulenta rigira il minestrone donando mistica attenzione a un quiz televisivo lanciato a un volume decisamente troppo alto.
La donna ogni tanto commenta e ride, come se il presentatore potesse risponderle.
Li chiama tutti per nome e a volte racconta al figlio di Gerry o dell'Antonella come se fossero vecchi amici di famiglia.
Strano a dirsi, sul pavimento del corridoio alcune macchie di fango stridono con le pattine grige diligentemente allineate.
La porta del bagno è chiusa male, come se qualcosa di grosso e ingombrante le impedisse di compiere del tutto il suo giro sui cardini.
Sulla poltrona buona - bordeaux damascato oro, ma ovviamente rivestita da un telo color carta da zucchero - eccola lì...
La salma di Mike Bongiorno...
C'è un salotto.
I mobili sono scuri e ammassati, come se in origine fossero stati destinati ad una stanza più grande.
Dentro i cassetti, se qualcuno controllasse, troverebbe sicuramente un foglio di carta colorata e forse odore di stantio.
Riposti con cura dormono dietro ad ante sicure, piatti e bicchieri del servizio buono. Forse, a contarli, ci si accorgerebbe che le fondine sono solo undici, o che i calici bordati argento sono leggermente opachi e sbeccati.
Sulla credenza riposano statuine in ceramica da poco prezzo, intervallate da ninnoli vari e da un'immaginetta fluorescente di Padre Pio.
Foto diligentemente spolverate osservano lo stesso scenario attraverso gli occhi di figli, nipoti e parenti defunti da più o meno tempo.
Centrini fatti a mano ricoprono le superfici un po' tarlate e sul tavolo fa bella mostra di sè una fruttiera che ospita banane leggermente annerite e mele sempiterne.
Dalla cucina si insinua un sottile odore di minestrone, a farla da padrone per un paio d'ore sulla puzza di chiuso.
Una donna anziana e un po' corpulenta rigira il minestrone donando mistica attenzione a un quiz televisivo lanciato a un volume decisamente troppo alto.
La donna ogni tanto commenta e ride, come se il presentatore potesse risponderle.
Li chiama tutti per nome e a volte racconta al figlio di Gerry o dell'Antonella come se fossero vecchi amici di famiglia.
Strano a dirsi, sul pavimento del corridoio alcune macchie di fango stridono con le pattine grige diligentemente allineate.
La porta del bagno è chiusa male, come se qualcosa di grosso e ingombrante le impedisse di compiere del tutto il suo giro sui cardini.
Sulla poltrona buona - bordeaux damascato oro, ma ovviamente rivestita da un telo color carta da zucchero - eccola lì...
La salma di Mike Bongiorno...
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